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“I viaggi per turismo verso destinazioni extra UE non verranno aperti nell’immediato. Se tutto va bene, se ne riparlerà in autunno ma la sensazione è che si vada avanti fino alla fine dell’anno, vista l’incidenza della variante Delta che incute timore e getta un’ulteriore ombra sul settore. E non solo. Il turismo è ripartito?  No, non è vero!”

È quanto  affermano oltre cento operatori del turismo che hanno deciso di alzare la voce per farsi sentire e capire a livello ministeriale. “Il turismo è ripartito sul territorio nazionale per determinate località e realtà. Sono ripartite le prenotazioni su Airbnb o Booking che, teniamolo bene a mente, sono gruppi che pagano le tasse all’estero e NON in Italia, quindi al nostro Paese lasciano nulla! Sicuramente alcune strutture ricettive italiane, i ristoranti o i locali all’aperto sono tornati al lavoro e molti di loro sono sold-out per la prossima estate ma questo NON significa che il turismo si sia ripreso – spiega Alessandro Simonetti, titolare di World Explorer e tra i numerosi nomi del gruppo che, giorno dopo giorno, si sta ampliando – Il comparto turistico riprenderà seriamente a fatturare quando torneranno i viaggi organizzati e intermediati, non certo a fronte del il fai-da-te attuale. Sono 16 mesi, dall’11 marzo 2020 precisamente, che non lavoriamo e non facciamo una pratica. Ed è bene spiegarla chiaramente questa cosa”.

La spiegazione che forniscono i tour operator è dettagliata e prende in considerazioni i diversi casi che si stanno proponendo: “Chi sta andando alle Maldive, in Messico o ai Caraibi lo sta facendo contravvenendo alle disposizioni ministeriali, rischiando di proprio e assolutamente fuori dalla normativa attuale. I viaggi consentiti sono solo quelli realizzati in ambito UE, verso gli Stati parte dell’accordo di Schengen, Regno Unito e Irlanda del Nord, poi, ancora, Andorra e Principato di Monaco e Israele. A questi, uniamo un numero di Paesi di Fascia D: Ruanda, Repubblica di Corea, Giappone, Singapore, Thailandia Canada, Stati Uniti d’America Australia, Nuova Zelanda, fermo restando che gran parte di questi sono tutt’ora chiusi ai flussi turistici, vedi Australia o USA”.

Chi parte per turismo verso mete lungo raggio, lo fa eludendo quindi la legge, contando sulle maglie molto larghe e spesso inesistenti dei controlli aeroportuali. Ma si tratta di rischi che gli operatori non possono e non vogliono prendersi.

“Stiamo rifiutando pratiche importanti proprio per attenerci alle disposizioni che vengono dal ministero della Salute e dell’Interno ma adesso siamo arrivati alla fine” conferma Simonetti che si riferisce a realtà con giri di affari che vanno dal milione ai 10 milioni di euro l’anno in epoca pre-Covid, non piccole ma, comunque, non abbastanza grandi da sostenere ancora per molto questo scossone. E che oggi, se proprio non è possibile avere un calendario oppure delle disposizioni che regolino la riapertura delle frontiere, vorrebbero quantomeno che il governo italiano si allineasse agli altri Paesi europei in materia di viaggi fuori UE.

“Permanendo il divieto di uscire per turismo dall’Unione Europea, i nostri clienti difficilmente potranno utilizzare i voucher entro la data di scadenza, pertanto – prosegue Emanuela Paoletti, di Insafari, – entro pochi mesi dovremo iniziare a rimborsarli, pur senza avere ricevuto risarcimenti dai fornitori locali. Con quanto ottenuto dalle prime recovery abbiamo sin qui garantito la sopravvivenza delle nostre aziende. Chi di noi è riuscito ad avanzare qualcosa lo dovrà utilizzare per iniziare a risarcire i clienti. Ormai, è da più di un anno che non percepiamo uno stipendio e abbiamo dovuto tenere a casa i nostri staff. Non possiamo continuare così. Quindi, alla luce del fatto che ormai è chiara la posizione del Governo in merito alle frontiere che non saranno riaperte a breve, chiediamo a gran voce e con fermezza che vengano stanziati per il settore nuovi fondi a sostegno della categoria perché si possa continuare a vivere. Chi si sta unendo al nostro gruppo di operatori è portavoce di centinaia di altre realtà simili alla nostra, che non lavorano ormai da 16 mesi e che si trovano sull’orlo dell’abisso, anche perché in tanti non hanno ancora ricevuto i fondi relativi al febbraio-luglio 2020. Premetto, noi vogliamo tornare a lavorare e non avere aiuti in eterno. Ma, visto che non possiamo ancora farlo, non ci resta che chiedere aiuto perché a rischio ci sono migliaia di posti di lavoro di un comparto che non è assolutamente ripartito! Cerchiamo di essere chiari e onesti su questo punto!”.