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Tra i tanti aspetti delle vite sconvolte in questo periodo di coronavirus, c’è anche l’attività di ospitalità di circa 4.000 case religiose e no-profit che in Italia offrono 280.000 posti-letto a pellegrini, viandanti e turisti. Sono i dati del portale ospitalitareligiosa.it, in sintonia con l’Ufficio nazionale CEI per la Pastorale del Turismo.

“E questa non sarebbe di per sé una notizia (perché in fondo siamo tutti sulla stessa barca)  – scrive Fabio Rocchi, presidente di Ospitalità religiosa italiana – se non fosse che proprio questo settore genera -o meglio dire generava- le risorse in favore delle categorie più svantaggiate con attività caritatevoli, sociali e di sostegno: dormitori, mense, distribuzioni di viveri, ospitalità gratuite, attività per disabili. Per non parlare delle Missioni sparse nel Terzo Mondo e alimentate da Ordini, Congregazioni e Associazioni con sede in Italia”.

“Una “potenza di fuoco” – continua Rocchi – che secondo le stime dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana arriva a 5 milioni di euro al giorno ma oggi completamente azzerata. E per le gestioni di queste strutture non c’è bonus, cassa integrazione o fidi agevolati, perché non si tratta quasi mai di attività d’impresa”.

“Si spezza così la catena della solidarietà – conclude Ospitalità religiosa – tutti a casa, nessun ospite per queste strutture, nessun incasso, nessun fondo per la carità verso i più poveri. Un danno quindi doppio: per chi ci lavora e per chi ci conta a scapito della sua stessa sopravvivenza. Certo, non è colpa di nessuno, ma ricordiamocelo quando torneremo a viaggiare e dovremo far valere eticamente le nostre scelte”.